Mercoledì, 25 Marzo 2020 12:05

Dantedì 25 marzo 2020

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UN OMAGGIO A DANTE
Gemma e il poeta riflettono sul senso della vita
(dal romanzo "Un erede per il falco" di M. Trastulla):
La piccola porticina che immetteva nella falconeria era socchiusa: Gemma entrò come se stesse superando la soglia di un mondo magico e lontano. Nell’interno disadorno erano stati ammassati mucchi di fieno, pale e forconi: nessuna traccia dei posatoi, dei geti e dei cappucci di cuoio che lei e Franco avevano usato per i falchi. Respirando quell’aria dal vago sentore di muffa e di abbandono, Gemma ebbe quasi un capogiro, chiuse gli occhi, per un istante rivide il volto di Franco, udì il richiamo di Grifetto, ebbe la sensazione di tenere in grembo Nadir con la ferita ancora fresca. Poi riaprì gli occhi e si affrettò ad uscire da lì.
Tornò a passo veloce verso la dimora del conte, decisa a partire al più presto e troncare così quell’altalena di sentimenti e di ricordi che la stava mettendo a dura prova. Ma prima di infilarsi sul piccolo ponte levatoio che immetteva nella postierla, si accorse di una figura che passeggiava, appartata, in un angolo del vasto spiazzo, nel punto in cui l’erba cresceva più verde e più fitta.
«Messer Durante, posso disturbarvi?» chiese in tono cortese.
L’uomo sollevò lo sguardo su di lei, rimase pensoso qualche istante, poi rispose: «Sono a vostra disposizione».
«Per prima cosa voglio scusarmi per le mie parole di ieri sera. Sono stata avventata e ingiusta.»
L’uomo annuì con un cenno del capo «Siete perdonata perché avete parlato bene di Beatrice».
«E in secondo luogo vorrei chiedervi: com’è possibile convivere con i ricordi senza venirne trascinati via, sopraffatti? Conservare traccia di noi stessi eppure sentirsi tanto diversi, quasi degli estranei?»
«È una meravigliosa domanda, mia signora. Ma io non ne possiedo la risposta. Molti sono i misteri della vita e questo ne fa parte. Non sono lo stesso che ero ieri e tuttavia se non ricordassi ciò che ero ieri, non sarei me stesso oggi. Non è un rompicapo degno di meditazione?»
Gemma lo guardò perplessa, rimase in silenzio per un po’, poi confidò: «Sento un dolore profondo, quando penso che ciò che è stato non tornerà mai più, che qualcuno che ho conosciuto e amato non tornerà mai più».
«Mia cara, questo perché voi considerate le cose con l’occhio piccino della formica e non con l’occhio acuto del falco, che dall’alto comprende una verità più vasta. La nostra esistenza terrena è solo una parte del cammino.»
«Lo so messer Durante, avete ragione: so che un giorno rivedrò i miei genitori, tutte le persone a me care, ma…»
«Ma il dolore per la loro mancanza si attenua solo un poco, non è vero?»
«Sì, è così. Cerco di non pensarci troppo e di andare avanti. Ho sempre fatto così per sopravvivere.»
Gemma abbassò gli occhi a terra, scrutava con insolito interesse il terreno ricoperto d’erba, muovendo qualche passo; poi si fermò, si abbassò per guardare più da vicino: un piccolo monticello fatto di granellini di terra, con un’apertura sulla sommità e due file di nere formiche in movimento, l’una che entrava portando il suo carico di cibo, l’altra che usciva.
Subito dopo Gemma si risollevò, si soffermò ad osservare il muro di cinta che aveva davanti, poi cominciò a ruotare lentamente su se stessa, per abbracciare con lo sguardo ciò che la circondava: il muro proseguiva tutt’intorno, interrotto solo dalle porte e dal profilo delle due torri poste l’una di fronte all’altra, sui due lati corti del perimetro; la vista dell’orizzonte era preclusa. Infine guardò alto nel cielo, immaginò di essere un falco, immaginò di vedere da lontano le colline, il castello, se stessa dentro le mura, le formiche che si muovevano sul prato.
«Sì, avete proprio ragione, Dante.»
Lui sorrise con aria compiaciuta «L’uomo è un essere mortale destinato all’immortalità. Il desiderio di infinito che è in ciascuno di noi ce lo rivela e un giorno sarà davvero così, dopo la fine dei tempi. Ma nel frattempo… noi, anche dopo la morte corporale, continueremo a vivere non solo nello spirito, ma anche nel cuore dei nostri cari, nella mente dei posteri e nel sangue dei figli».
«Nel sangue dei figli» ripeté sottovoce Gemma.
«Ho in mente di scrivere un’opera che renderà la fama di Beatrice vasta come la distesa d’acqua dell’oceano, salda come la roccia su cui sorge questo castello, splendente come la prima stella del mattino. E nessuno potrà mai dimenticarla.»
«Io non lo farò, messer Dante. Non la dimenticherò per le parole che mi ha detto e l’aiuto che mi ha dato. Ora devo salutarvi: non dimenticherò nemmeno voi, che il Cielo vi assista.»
«Che il Cielo assista anche voi, monna Gemma, e tutta la vostra famiglia» rispose Dante «forse un giorno ci rivedremo».